30 ott 2020

BIT Mobility, l’azienda di monopattino sharing tra sostenibilità ambientale e del business


La scorsa primavera Mobilita.org attraverso una serie di appuntamenti in diretta sulla fanpage Facebook ha approfondito i temi legati alla mobilità post-Covid, facendo intervenire l’architetto Matteo Dondè a proposito della gestione degli spazi pubblici in città, Andrea Gibelli, presidente di ASSTRA, l’associazione datoriale delle aziende di trasporto pubblico in Italia, settore fortemente colpito dalla pandemia, e infine i principali rappresentati delle associazioni locali che si occupano di ciclabilità nelle maggiori città italiane.

L’impegno di Mobilita.org per offrire dei punti di vista approfonditi sulla mobilità, uno dei temi centrali connessi al contenimento e alla convivenza con il virus, si è questa volta esplicitato attraverso l’intervista promossa e realizzata insieme allo Starting Finance Club UnibaGianmaria Crivellente, co-fondatore e CEO di Bit-Mobility, una delle aziende italiane del settore della sharing mobility. I focus dell’intervista sono stati gli aspetti economici e finanziari dell’azienda e i temi legati più strettamente alla mobilità: vi offriamo di seguito gli spunti emersi dalle domande rivolte al dottor Crivellente.


 

“L’Italia è un paese di startupper”. Così Forbes Italia definisce il nostro stivale, da Nord a Sud. Bit Mobility ne è un esempio concreto. Bit nasce a Verona nel marzo del 2019 e risulta essere una diretta conseguenza di un’attenta analisi del mercato e delle sue potenzialità. La prima città italiana in cui approda è Cattolica nell’estate dello stesso anno; successivamente si espande a Verona, Torino, Milano. Durante e dopo il lockdown la rete di Bit comincia ad espandersi anche verso le città del Sud Italia, attraverso operazioni che si pongono l’obiettivo di ridurre il gap tra il Nord e il Sud, con un numero di città totali pari a 17 dislocate uniformemente su tutto il territorio.

La costituzione di una startup prevede – oltre all’analisi di cui sopra – anche la fondamentale fase della raccolta di capitali, attraverso il crowdfunding, microcredito o classico finanziamento bancario (mutui). Nella fattispecie, Bit nasce dall’intuizione e dalle disponibilità finanziarie proprie di una famiglia veronese. Nell’ottica innovativa dell’azienda, però, si renderanno necessari degli investimenti importanti, ovvero capitali da parte di terzi.

L’innovazione come elemento di disruption rappresenta uno strumento di acquisizione di vantaggi competitivi sul mercato nei confronti dei concorrenti. Innovazione che potrebbe manifestarsi in semplici migliorie del prodotto o addirittura in modifiche strutturali alla complessità del servizio. In questo momento l’innovazione non è l’obiettivo primario dell’azienda, trovandosi (il prodotto – monopattino) in una fase di “introduzione-crescita” all’interno del mercato. Chiaramente si arriverà a raggiungere un punto di “maturazione-declino” del prodotto e lì si renderà necessaria l’innovazione di cui sopra al fine di tornare alla prima fase, quella di “introduzione”. La semplice ottimizzazione dei processi organizzativi interni (es. personale che si occupa della sostituzione delle batterie in ogni città) permetterebbe di mantenere il prodotto competitivo in una fase continua di “crescita”.

Quanto all’aspetto tecnico delle startup, esse difficilmente nei primi anni di esercizio riescono a conseguire degli utili in grado di remunerare l’imprenditore per il classico rischio di impresa. È il caso di Bit che, avendo presentato soltanto un bilancio nel corso della sua giovane vita, vede chiudersi l’anno con una perdita (fisiologica). Tuttavia, come lo stesso co-fondatore e CEO dell’azienda, il dott. Gianmaria Crivellente, ci confida “Bit potenzialmente potrebbe conseguire degli utili già del secondo anno di vita, pandemia permettendo”. Questo dimostra grande attenzione alla sostenibilità del business, cioè all’attenta analisi dei costi-benefici città per città, oltre ad una meticolosa diligenza nel raggiungimento di un determinato livello di redditività.

Ma sostenibilità nella società di oggi è soprattutto quella ambientale, per questo motivo Gianmaria Crivellente ha riassunto i valori della sua azienda, affermando che “la sostenibilità non è un qualcosa in più ma un qualcosa di necessario”.

Il focus delle domande è stato anche quello più strettamente connesso alla mobilità: in merito agli aspetti più prettamente operativi Gianmaria Crivellente ha spiegato come il numero di mezzi a disposizione degli utenti e i prezzi del servizio siano dettati dalle Amministrazioni locali in condivisione con gli operatori dei servizi di sharing in relazione a fattori legati alle presenze turistiche della città e all’estensione dell’area operativa.

Gli utenti dei servizi di sharing generano una mole di dati sulla localizzazione e sugli spostamenti quotidiani molto preziosi, Crivellente ci confessa che alcune Amministrazioni più virtuose richiedono queste informazioni con lo scopo di integrare in una mappa a disposizione dei cittadini tutti i mezzi messi a disposizione dagli operatori; le informazioni raccolte sono utili anche per le stesse aziende di sharing per la gestione e il miglioramento dei servizi offerti agli utenti.

Il CEO di Bit-Mobility ha infine tracciato i piani di sviluppo dell’azienda veronese: l’obiettivo primario è rafforzare la presenza nelle città italiane, e in futuro anche estere, mettendo a disposizione delle persone un’alternativa all’auto che sia sicura, economica e rispettosa dell’ambiente. In alcuni Comuni l’azienda offrirà anche un servizio di sharing di scooter elettrici, è il caso di Firenze dove l’implementazione avverrà a breve.

L’intervista integrale è disponibile sul canale YouTube di Mobilita.org.

 


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