25 apr 2020

Il paradosso delle compagnie aeree americane


Come si può spiegare il paradosso delle compagnie aeree americane?

Partendo dall’ultimo decennio del settore dell’aviazione civile. Dieci anni di ingenti profitti (nell’ordine dei miliardi di dollari) per i maggiori vettori statunitensi, da Delta Airlines a United Airlines passando per il colosso American Airlines, i quali controllano circa l’80% del mercato USA. Qualche settimana fa, in concomitanza con la dichiarazione della pandemia da parte dell’OMS, la lobby statunitense delle compagnie aeree ha cercato aiuti finanziari da parte dello Stato, invocando il cosiddetto bail-out (salvataggio da parte di soggetti terzi – privati o pubblici – esterni, quindi out) dettando le proprie condizioni: 54 mld $ suddivisi tra grants (29 mld $) e low-interest loans (25 mld $). Tradotto, i vettori necessitano di denaro a fondo perduto e prestiti a lunga scadenza con interessi molto bassi, oltre a dei condoni fiscali sulle tasse applicate sui biglietti, merci e carburante.

Il presidente USA, Donald Trump si è espresso in merito, rassicurando tutti: “Help is on the way”, giustificando le compagnie, semplicemente perché “non è colpa loro”. Ne siamo davvero certi che le conseguenze del Covid-19 non fossero prevedibili per i vettori americani? Dai recenti documenti finanziari di American Airlines (d’ora in poi AA), esplicitamente si prevedono gli effetti che una malattia contagiosa avrebbe potuto generare sul comportamento dei clienti, così come è accaduto per i virus Ebola, SARS e H1N1. Proprio per questo motivo, la stessa AA ha messo in guardia i suoi partners sostenendo che:

“nel caso la malattia dovesse associarsi al viaggio aereo o persistere per un lungo periodo, potrebbe influire materialmente sul settore aereo e su di noi riducendo entrate e incidendo negativamente sulle nostre operazioni e sul comportamento dei passeggeri”

Con una lungimiranza tale, AA ed i suoi concorrenti avrebbero potuto evitare il collasso finanziario eppure non ce l’hanno fatta (perlomeno non ce la stanno facendo) semplicemente perché la stessa AA ha scelto di acquistare azioni proprie per un valore di 15 mld $ solo nell’ultimo periodo. Questi soldi sono solo una parte del 96% del cash-flow (secondo quanto riportato da Bloomberg) che i maggiori vettori statunitensi hanno utilizzato per acquistare azioni proprie, favorendo una considerazione positiva da parte degli investitori, i quali notano un grado di fiducia elevato nell’azienda stessa. A rincarare la dose di colpevolezza e avidità dei top manager di queste società, va ad aggiungersi la continua scelta di distribuire dividendi agli azionisti, nonostante l’attività dell’aviazione civile sia fortemente ciclica e come tale influenzata da contesti come quello attuale. Verosimilmente, un board responsabile avrebbe accantonato buona parte degli utili e distribuito solo una quota limitata agli azionisti.

Questo sta a significare che il governo USA non accetterà richieste di bailout da parte delle compagnie aeree?

Non proprio. Negli USA – e probabilmente in tutto il resto del mondo – vige un’implicita regola secondo cui: “America won’t let the airlines fail, and the people who run the airlines know it”. A conferma di ciò, nella giornata di venerdì 27 marzo, è arrivato l’ok da parte della House of Representatives (dopo l’approvazione del Senato di mercoledì 25 marzo) in merito al “pacchetto di salvataggio” (https://reut.rs/2V3y1lw) delle compagnie aeree statunitensi, facente parte del ben più ampio piano di $ 2 trilioni di dollari a sostegno di tutti i settori dell’economia.
Le condizioni del salvataggio imposte dal Parlamento sono leggermente differenti rispetto a quelle richieste dalla lobby. Infatti, dei $ 58 mld, il 50% verrà erogato sotto forma di grants (per coprire nel breve periodo più di 750.000 stipendi) e la restante parte in prestiti a lungo termine. Quali sono le garanzie per gli USA? Semplicemente i loans non sono altro che un modo per lo Stato di assicurarsi delle quote, warrants, opzioni delle società “aiutate”. In aggiunta, il piano comprende $ 8 mld per sostenere tutto l’indotto dell’aviazione, riferendosi a società ferroviarie ed agli aeroporti e circa $ 20 mld per un eventuale salvataggio di Boeing, maggiore produttore di aeromobili civili e militari degli Stati Uniti. In merito al salvataggio di Boeing, il CEO Dave Calhoun si è espresso contrario poiché non ritiene necessario che lo Stato garantisca i suoi prestiti con delle quote societarie.“Boeing è in grado di ripagare interamente i debiti che contrae nell’esercizio della sua attività” sostiene Calhoun.

Tralasciando ogni singola fattispecie, SaraNelson, rappresentante dell’associazione dei “flight attendants” americani, per evitare di far cadere nella gogna mediatica il processo attraverso cui si è giunti a questo accordo, giustifica il sostegno alle imprese come “salvataggio dei posti di lavoro” e non nel salvataggio delle società. Insomma, un modo elegante per sopperire alle gravi (finte) negligenze dei top manager.

USA E RESTO DEL MONDO

Al di là degli aspetti politici, più o meno condivisibili, è importante analizzare quello che è l’aspetto oggettivamente condivisibile: come sta impattando il coronavirus sull’aviazione civile mondiale?
Come riportato nella prima immagine, quasi tutti i Paesi del mondo hanno chiuso parzialmente o completamente le frontiere, determinando un inevitabile calo nei ricavi delle compagnie. In virtù di queste informazioni, il 24 marzo, l’associazione mondiale del trasporto aereo (IATA), in un report (https://bit.ly/3bRLbck) ha stimato perdite per mancati ricavi nel 2020 per $ 314 mld per l’intera industria, di cui $ 89 mld solo in Europa, rispetto ai dati 2019. Per IATA il 2020, infatti, risulterà l’anno peggiore per l’aviazione civile dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA.
Nella seconda immagine, vengono individuati i c.d. “mesi di autonomia” delle compagnie aeree (raggruppate per continente), essi intesi come la capacità della compagnia di far fronte – con la propria liquidità – a crisi economiche come quella che stiamo vivendo. In media, l’autonomia è di appena due mesi e ciò significa che – presumibilmente – entro aprile/maggio i vettori non avranno più fondi per far fronte all’ordinaria amministrazione ed ecco i motivi per i quali è chiesto a gran voce un intervento di bailout.

Countries in lockdown

Paesi in lockdown

 

Autonomia in termini di liquidità delle compagnie aeree raggruppate per continente

Autonomia in termini di liquidità delle compagnie aeree raggruppate per continente


aereiaviazioneaviazione civileCoronaviruscrisiUSA


Lascia un Commento